Sono una madre monoparentale, anzi ormai una nonna monoparentale, in pensione.

Ho cresciuto da sola tre figli. Mi sono separata negli anni 80, in un’epoca in cui nel piccolo paesino di valle in cui vivevo le donne divorziate erano viste come delle egoiste e delle snaturate e i miei figli a scuola venivano presi in giro per questo.

Dopo la separazione ho dovuto arrangiarmi e fare i salti mortali per arrivare a fine mese. Il mio ex marito è praticamente sparito e non ci ha mai versato nulla. Ho fatto la cameriera, l’operaia, la donna delle pulizie. Non era facile ma ho sempre cercato di non far mancare nulla ai miei figli, di esserci per loro, nonostante in alcuni periodi ho anche dovuto gestire due lavori contemporaneamente.

In quegli anni nel mio paese non c’erano le mense e i vari servizi che per fortuna oggi iniziano a svilupparsi per aiutare le mamme che lavorano. I miei figli sono cresciuti più in fretta dei loro amici: il maggiore ha dovuto imparare a cucinare per quando io non potevo tornare a casa a pranzo. Hanno anche tutti imparato presto ad aiutare in casa: aspirapolvere, lavatrice, bucato. Posso dire di essere molto fiera dei giovani adulti responsabili che sono diventati e so che, nonostante tutte le difficoltà, per loro è stato importante avere l’esempio di una madre che non si è mai scoraggiata e ha sempre lavorato duro per riuscire a mandare avanti la famiglia.

Poco dopo i cinquant’anni ho iniziato a lavorare come aiuto domiciliare per le persone anziane. Ho amato molto questo lavoro e ho sempre cercato di farlo con tutta la cura di cui ero capace. Con il passare degli anni, però, il carico lavorativo diventava sempre più pesante. L’organizzazione interna era cambiata: se prima mi occupavo di un numero limitato di anziani, che vedevo spesso e con cui si creava anche un bel legame dal punto di vista relazionale, poi la rotazione interna è sempre più aumentata. Io e le mie colleghe dovevamo occuparci di sempre più persone e il tempo che potevamo consacrare ad ognuna continuava a diminuire. Il mio lavoro si è fatto più meccanico e pesante: non c’era più il tempo per scambiare due chiacchiere con l’anziano, dovevamo far loro l’igiene intima, la doccia, vestirli,… con il cronometro in mano. Sempre di fretta. Vedevo queste povere persone anziane spesso spaesate dal continuo arrivo di facce nuove nelle loro case e nella loro intimità. Io, come le altre colleghe, ho sempre cercato comunque di non fare il lavoro come un robot, ma di ritagliarmi dei piccoli momenti per occuparmi di loro come persone, scambiare due parole, chiedere se avevano bisogno di qualcosa, portare loro un pensierino per Natale. Tempo prezioso e tempo rubato agli spostamenti da un utente all’altro. I miei nipoti mi chiamano “Nonna formula 1” perché avevo preso l’abitudine di pigiare sull’acceleratore per non arrivare in ritardo dall’utente successivo.

Era un lavoro duro anche dal punto di vista fisico: spostavo e sollevavo quotidianamente anziani che pesavano anche più di me. Negli ultimi anni ho iniziato a soffrire di diversi dolori alla schiena e alle articolazioni, ma cercavo di stringere i denti ed andavo avanti ad anti-dolorifici.

Ho provato a fare qualche calcolo per capire se potevo andare in pensione un anno prima, perché dopo il lavoro tornavo sempre a casa distrutta, ma economicamente sarebbe stato insostenibile per me. E allora ho tenuto duro fino alla fine.

Sono andata in pensione a 64 anni. I due anni successivi li ho passati tra ospedale, operazioni, medici e fisioterapisti, a curare le conseguenze che gli sforzi fisici richiesti dal mio lavoro avevano arrecato alla mia salute. 

Vivo da sola e le mie rendite di vecchiaia sono misere, in particolare quella del secondo pilastro. Ma ormai sono abituata a vivere con poco. Però provo un grande sentimento di rabbia quando sento parlare di aumentare ancora l’età di pensionamento delle donne in nome della parità.

Mi considero una donna emancipata, ma io la parità nella mia vita non l’ho mai vista. Non c’era parità in casa con mio marito: mi sono sempre occupata io di tutte le faccende domestiche, i figli ho dovuto crescerli da sola, sia prima sia dopo il divorzio. Non ho visto la parità nemmeno nel mondo del lavoro: le mie buste paghe erano tutte molto magre perché ho sempre potuto fare solo lavori “da donna” e malpagati. E la parità non la vedo nemmeno ora, dal momento che la mia pensione è ben più bassa di quella degli uomini.

Sono rimasta molto legata a diverse mie ex-colleghe: molte di loro sono giovani madri monoparentali. E, da quello che mi raccontano, la situazione non è poi molto cambiata. Le disparità e le discriminazioni che ho dovuto vivere io, le vivono anche loro oggi. La loro è una vita di corsa e di fine mesi difficili come lo è stata la mia. La parità è solo un miraggio anche per queste giovani madri.

La votazione su AVS21 non mi riguarda più personalmente, ma mi opporrò con convinzione all’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne perché non posso non pensare a tutte le altre donne, in particolare a tutte le madri monoparentali, che nonostante una vita di lavoro e sacrifici si vedranno costrette a lavorare un anno in più, un faticosissimo anno in più, per ricevere una ben misera pensione.

Testimonianza inviata da una nostra socia

Le rendite di vecchiaia delle donne sono mediamente inferiori del 37% rispetto a quelle degli uomini. Questa differenza è principalmente dovuto al secondo pilastro: il 38% delle pensionate non dispone di alcune rendita della previdenza professionale e mediamente le rendite femminili del secondo pilastro sono del 67% inferiori a quelle degli uomini.

La situazione delle pensionate con alle spalle una fase di monoparentalità è spesso tra le più precarie: lavori a tempo parziale e bassi salari caratterizzano di frequente il percorso professionale di queste donne e incidono pesantemente sulle loro rendite di vecchiaia. Chi arriva sola all’età della pensione, inoltre, può contare solo sulla rendita, spesso insufficente per vivere e deve dunque ricorrere alla Prestazioni complementari.