In questi giorni, la Commissione Sanità e sicurezza sociale del Gran Consiglio ticinese tratterà una Mozione del 25 gennaio 2021 presentata da Roberta Soldati e cofirmatari “Potenziamo i punti di incontro per agevolare il diritto dei bambini di poter incontrare il proprio genitore (papà o mamma) non affidatario”, cui ha già risposto lo scorso agosto il Consiglio di Stato (Rapporto del Consiglio di Stato, 18 agosto 2021). Come associazione che rappresenta le famiglie monoparentali siamo direttamente coinvolti sul tema dei diritti di visita e dei punti di incontro per agevolarne lo svolgimento. Per questo abbiamo inviato al Gran Consiglio una petizione in cui esponiamo alcune nostre considerazione e richieste su questo tema.

Oggetto della mozione è il potenziamento dei punti di incontro, importante servizio volto a garantire lo svolgimento in sicurezza dei diritti di visita tra i minori e il genitore non affidatario. Nella sua risposta, il Consiglio di Stato illustra il rafforzamento in corso di tali servizi. Se, naturalmente, condividiamo e sottoscriviamo la necessità di questo potenziamento, ci preme sottolineare come esso debba a nostro avviso avvenire non solo dal punto di vista quantitativo (estensione delle fasce orarie e aumento dei luoghi adibiti a punto d’incontro), bensì in particolare modo sul fronte qualitativo. Ben vengano i prospettati aumenti di personale e le estensioni delle fasce orarie di apertura dei Punti d’incontro gestiti da Casa Santa Elisabetta, mentre la proposta – contenuta nella mozione – di ipotizzare “per un contenimento dei costi, una collaborazione con altre strutture e servizi già esistenti sul territorio (es. coinvolgimento dell’assistente sociale comunale o enti privati)” ci solleva diverse perplessità. Va innanzitutto sempre garantita la sicurezza del minore, così come quella del genitore affidatario e del personale presente, e temiamo che il ricorso a strutture e servizi non adibiti a tale scopo possa generare situazioni di rischio. Per questo chiediamo piuttosto che vengano ulteriormente rafforzati i Punti d’incontro esistenti, puntando in particolare sulla formazione degli operatori e delle operatrici, spesso molto giovani e con un’esperienza ancora limitata, e garantendo loro migliori condizioni lavorative (per evitare eccessivi turn over che vanno a scapito della qualità del servizio) e una maggiore sicurezza nello svolgimento di un compito spesso molto delicato.

Il Punto d’incontro, inoltre, non può essere ridotto a un semplice luogo di consegna e riconsegna del minore: crediamo sia importante sviluppare e rafforzare attorno al Punto d’incontro la rete di servizi volti a ascoltare e sostenere il bambino e i genitori, attraverso momenti di ascolto del bambino, per valutare l’impatto psicologico del diritto di visita, attraverso possibilità di presa a carico psico-terapeutica, di sostegno alla genitorialità, etc. il tutto all’interno di un progetto ben coordinato che eviti alla famiglia di doversi confrontare continuamente con servizi distinti e completamente slegati l’uno dall’altro.

Ci preme, inoltre, porre al centro della discussione un altro aspetto, purtroppo troppo spesso trascurato: ossia la violenza domestica. All’interno della Convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata anche dalla Svizzera nel 1997, si sancisce “il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo.”  (art. 9, cpv. 3). Il diritto alle relazioni personali, poi ripreso anche nel Codice Civile Svizzero (art. 273, cpv. 1-2) si fonda dunque sul riconoscimento di un diritto del minore, il cui bene deve essere tutelato e per tale ragione il legislatore ha previsto la possibilità di negare, limitare o sorvegliare lo svolgimento dei diritti di visita. Alla base di questi decisioni vi sono di frequente situazioni riconducibili al purtroppo molto diffuso problema della violenza domestica, direttamente rivolta verso i minori o assistita. Come scritto anche nel Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica: “Gli studi scientifici e l’esperienza pluriennale nell’aiuto alle vittime mostrano come separazione e divorzi comportino un rischio accresciuto di violenza domestica: sia là dove la violenza era già presente prima della separazione sia dove era assente, e la crisi della della dinamica familiare è il fattore che la innesca, sia dopo la separazione” (p. 62). Sempre nello stesso Piano d’azione è, inoltre, ricordato l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul:

“Art. 31 Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza

  1. Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
  2. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.”

Riteniamo dunque essenziale che nell’approccio al tema dei Punti di incontro venga tenuta in debita considerazione la problematica della violenza domestica e che non la si minimizzi o la si confonda con casi di “problematiche e conflitti famigliari” e di “conflittualità genitoriale” come accade nel testo della mozione. Ma anche nella stessa risposta del Consiglio di Stato ci ha stupito ravvisare una chiave di lettura che sembra non dare il giusto peso al fenomeno della violenza domestica (mai esplicitamente nominato).

Crediamo per questo che sia importante che tutte le persone chiamate a intervenire nell’ambito dei diritti di visita, dalle Preture fino agli operatori e le operatrici sociali, dispongano di strumenti adatti a livello di formazione per compiere le dovute distinzioni fra semplice conflittualità tra gli ex-partner e casi di violenza domestica nelle sue varie forme (fisica, psicologica, sessuale, economica o sociale) e che vengano stabilite procedure chiare ed uniformi per la definizione dei diritti di visita in caso di violenza domestica.

In sintesi, chiediamo al Gran Consiglio ticinese di mettere al centro del necessario potenziamo dei Punti d’incontro per i diritti di visita i seguenti aspetti:

  • Formazione dei professionisti e del personale in ambito di violenza domestica;
  • Procedure chiare e uniformi per la determinazione e per l’esercizio dei diritti di visita in caso di violenza domestica, in grado di garantire la sicurezza psico-fisica del minore e del genitore affidatario;
  • Ricorso limitato a servizi esterni non competenti per l’esercizio dei diritti di visita (da escludere in caso di violenza domestica);
  • Rafforzamento dei Punti d’incontro, in particolare a livello di formazione del personale e di condizioni lavorative;
  • Sviluppo e potenziamento in relazione con i Punti d’incontro di progetti coordinati di accompagnamento e supporto del bambino e dei genitori.