Con una recente sentenza, il Tribunale federale mette a rischio il diritto del genitore affidatario al contributo di mantenimento: una decisione fortemente discriminante nei confronti delle madri monoparentali, in nome di una presunta parità!

Il caso in questione riguarda il divorzio di una famiglia zurighese, con un tenore di vita ben superiore alla media: il Tribunale federale ha dato ragione al marito, molto ricco, che si opponeva alla decisione di dover versare un contributo di mantenimento di 10’000.- al mese fino a quando la figlia comune, affidata alla madre, avesse terminato le scuole superiori. Nella sentenza si afferma che “la sola esistenza di figli comuni” non è più sufficiente per garantire il diritto al mantenimento per il genitore affidatario

Per capire la portata di una tale sentenza è importante non farsi distrarre dai montanti in gioco – ben lontani dagli alimenti versati nei casi di divorzio di famiglie non milionarie. Ciò che è grave e preoccupante in questa sentenza è che costituisce l’ennesimo attacco nei confronti delle madri monoparentali, sempre meno tutelate al momento del divorzio.

Il diritto al mantenimento post-matrimoniale riconosceva, almeno in parte, l’esistenza di disparità nella divisione dei ruoli professionali e di cura prima della separazione e permetteva alle madri che avevano sacrificato la propria carriera professionale per occuparsi dei figli – e, non dimentichiamolo, permettendo così al marito di dedicarsi completamente alla propria carriera, guadagnando sempre di più – di veder in qualche modo riconosciuto il loro lavoro domestico e di cura non retribuito. 

Questo diritto è ora sempre più minacciato e ciò che è ancor più paradossale è il fatto che si giustificano queste sentenze scandalose in nome della parità tra uomo e donna!

In una società in cui le donne restano fortemente discriminate a livello professionale e in cui all’interno delle coppie sono ancora le donne a farsi carico della maggior parte del lavoro domestico e di cura non pagato, pretendere di imporre la parità a forza di sentenze solo dopo il divorzio significa ignorare la realtà e penalizzare ulteriormente le donne.

Guardiamo in faccia la realtà: la parità non è ancora raggiunta! 

Secondo l’Ufficio federale di statistica:

  • la stragrande maggioranza delle coppie con figli (più di 9 su 10) si fonda su una divisione disequilibrata del lavoro pagato e non pagato, 
  • più della metà delle madri in coppia non ha un’attività professionale o ha un impiego con una percentuale inferiore al 50%,
  • nelle coppie con 2 figli le madri svolgono mediamente 23 ore di lavoro domestico e di cura in più dei padri, ciò equivale a quasi 3 giorni lavorativi.

Queste disparità non derivano solo da scelte individuali, ma sono la conseguenza di tutta una serie di fattori oggettivi che incentivano ancor oggi un modello familiare di tipo tradizionale e disparitario, in cui il padre ha un’attività professionale a tempo pieno e la madre si prende a carico la quasi totalità del lavoro domestico e di cura, interrompendo la sua attività professionale o riducendo fortemente il suo tasso di impiego. Questi fattori sono numerosi: dalla disparità salariale alla scarsa valorizzazione delle professioni tipicamente femminili, passando per la carenza di strutture d’accoglienza per l’infanzia a prezzi accessibili (asili nido, strutture extra-scolastiche) e per le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro, che pesano ancora quasi tutte sulle spalle delle donne.

Questa realtà viene però dimenticata dai giudici all’origine della sentenza (non a caso si tratta di cinque uomini, tutti ben oltre i 50 anni…) che legiferano come se la parità di genere fosse già completamente acquisita.

Le madri monoparentali sempre più penalizzate

Le condizioni economiche delle madri monoparentali continuano a peggiorare, come dimostrano alcuni recenti studi: il 35% delle famiglie monoparentali con a capo una donna dispone di risorse finanziare modeste o molto modeste e le madri monoparentali sono la categoria maggiormente rappresentata all’interno dei “working poor”. A farne le spese sono in primo luogo i bambini e le bambine delle famiglie monoparentali.

Questa sentenza si inserisce all’interno di una serie di decisioni degli ultimi anni del Tribunale federale che tendono verso un progressivo peggioramento delle tutele nei confronti dei genitori affidatari, sempre più a rischio povertà. L’ammontare dei contributi di mantenimento tende a diminuire, si esige sempre più spesso un ritorno del genitore affidatario in tempi brevi nel mercato del lavoro, senza tenere veramente conto delle difficoltà di un simile reinserimento dopo anni di assenza dal contesto professionale, etc. In nome di una presunta parità, si compiono così passi indietro per i diritti delle donne. Per costruire una società equa e paritaria è invece necessario riconoscere l’importanza e il valore del lavoro domestico e di cura.  

Riferimenti:

Tribunale Federale, Sentenza del 25 marzo 2022 (5A_568/2021).

Wanner, Philippe, Gerber Roxane, La situation économique de la population en âge d’activité et à l’âge de la retraite. Berne: Office fédéral des assurances sociales, 2022. (Aspects de la sécurité sociale. Rapport de recherche; 2022,4).